Biodiversity in 5 steps – Biodiversità in 5 punti

(lifegate.it  – Chiara Boracchi)

Sono trascorsi vent’anni esatti dalla nascita della Convenzione sulla diversità biologica e dodici da quando l’Unep, il Programma ambientale delle Nazioni Unite, ha scelto la giornata del 22 maggio per ricordarci l’importanza del legame fisico ed economico con le specie animali e i vegetali della Terra. Facciamo il punto. Anzi cinque 

 

Ogni anno il 22 maggio è il pretesto per prendere in esame il nostro impatto sulle altre specie che popolano il Pianeta. Il focus della Giornata mondiale della Biodiversità di quest’anno è la vita degli ecosistemi acquatici. Ad esempio secondo l’ultimo rapporto Wwf, negli ultimi 40 anni la capacità degli  ecosistemi di acqua dolce di rigenerarsi è diminuita del 37 per cento, con una riduzione addirittura del 70 per cento nelle zone tropicali. Lo studio ha esaminato anche le operazioni di pesca su scala mondiale, dal 1950 al 2005: questa attività umana è aumentata di circa 5 volte, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate di pesci pescati all’anno. L’impatto su mari, fiumi e zone costiere è in costante aumento ed è destinato a provocare danni sempre più ingenti. Ma la vita in acqua, tuttavia, non è l’unica preoccupazione. Vediamo cosa succede, in cinque punti

1 – Cosa succede a livello mondiale?
Più in generale, la situazione delle specie animali e vegetali del pianeta non è delle più rosee. Lo stesso rapporto Wwf segnala che dal 1970 ad oggi è andato perso il 30 per cento della biodiversità mondiale, con punte del 60 per cento nelle zone tropicali.  Studi che risalgono al 2011, inoltre, come quello svolto all’Università della California e pubblicato nel marzo dello scorso anno sulla rivista Nature, affermano che il tasso di perdita di biodiversità attuale ci fa pensare di essere alle porte della sesta grande estinzione di massa.
 Confrontando i dati di oggi con quelli delle ultime 5 estinzioni (compresa quella dei dinosauri…) avvenute negli ultimi 540 milioni di anni, la ricerca californiana ipotizza che, se la situazione non cambierà, tra un minimo di 300 e un massimo di 2200 anni ci troveremo effettivamente ad affrontare l’estinzione della maggior parte degli animali e delle piante del pianeta.
2 – Perché perdiamo biodiversità?
I motivi di tutto questo sono da ricercare principalmente nelle attività antropiche o dovute all’uomo: incendi e distruzione sistematica delle foreste, inquinamento dell’aria e dell’acqua, impennata dei consumi, erosione delle coste. Quest’ultima, ad esempio, annovera tra le sue cause la perdita di praterie di Posidonia, pianta acquatica molto comune nel Mediterraneo e fondamentale per la protezione dei litorali. Uno studio recente pubblicato su Nature Climate Change prevede la perdita del 90 per cento di questa specie entro il 2053 per l’innalzamento della temperatura dei mari.
3 – Natura e cultura
Tutelare la biodiversità non vuol dire solo avere cura di animali in via d’estinzione o di aree verdi ancora inesplorate che potrebbero nascondere piante officinali utili alla cura di molte malattie; significa anche preservare i gruppi etnici più fragili, come i popoli indigeni, con una loro propria cultura e storia, che rischiano di sparire nel nulla a causa della deforestazione. I due fattori sono fortemente correlati: ad affermarlo è una ricerca della Penn State University, che ha esaminato la biodiversità di 35 punti sensibili (hot spots) mondiali. Pur comprendendo solo il 2,3 per cento della superficie della Terra, questi punti caldi ospitano più di metà delle piante vascolari, il 43 per cento dei vertebrati conosciuti e registrano la presenza di 3202 diversi linguaggi, quasi metà di tutti quelli parlati sul pianeta, la maggior parte dei quali conosciuti da piccolissimi nuclei di persone. Secondo lo studio, la perdita di questi gruppi linguistici influenzerebbe anche la perdita di piante e animali e viceversa.
4 – Cose da fare da qui al 2020
Dopo il sostanziale fallimento di Nagoya e del Countdown 2010, in cui i governi avrebbero dovuto presentare risultati concreti inerenti alla salvaguardia della biodiversità mondiale e sancire una battuta d’arresto della perdita di ecosistemi, tutte le azioni e le speranze sono state prorogate di una decade. Si attende dunque la conferenza di Aichi (in Giappone) del 2020 per verificare che siano state prese le misure necessarie di tutela. Gli obiettivi da raggiungere sono cinque: affrontare le cause alla base della perdita di biodiversità facendo rientrare l’argomento nelle scelte politiche dei governi; ridurre le pressioni dirette sulla biodiversità e promuovere l’uso sostenibile delle risorse; migliorare lo status degli ecosistemi, delle specie e della diversità genetica del pianeta; garantire a tutti i benefici derivanti dalla biodiversità; promuovere azioni di tutela attraverso la progettazione partecipata, la gestione delle conoscenze e lo sviluppo di capacità.
5 – Rio+20 e nuovi strumenti per la tutela
La conferenza di Rio+20 sarà il pretesto per presentare nuovi e più efficienti strumenti per la tutela delle specie animali e vegetali della Terra e rispettare gli obiettivi di Aichi. Uno per tutti è Ipbes, il “fratello minore” dell’Ipcc, la piattaforma intergovernativa sui cambiamenti climatici. Questa nuova piattaforma (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), che sarà presentata ufficialmente nella capitale brasiliana a giugno, si propone come anello di congiunzione tra scienza e politica in tema di biodiversità e servizi degli ecosistemi. In pratica, questo strumento servirà per raccogliere i dati delle ricerche svolte in tutti i Paesi del mondo, confrontarli e consentire ai governi di adottare azioni mirate di tutela e conservazione.
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